Il dato è già deprimente di suo: nel corso del 2025 l’Agenzia delle Entrate ha controllato solo il 3,8% delle partite iva presenti in Italia e di questi controlli, la stragrande maggioranza, circa il 77%, ha prodotto una maggior imposta accertata che non supera i 25.000 euro. Ad essere ancor più umilianti, il 30% dei controlli ha prodotto una maggior imposta accertata non superiore ai 2.582,00 euro. Non solo si fanno pochi controlli ma quei pochi che si fanno portano nelle casse dello Stato non più che pochi spiccioli.
La
Corte dei Conti, nella sua
Relazione sul Rendiconto Generale dello Stato per l’anno 2025, spiega i motivi di questa totale debacle, che permette al 96% delle partite iva di fare sostanzialmente ciò che vuole: ”
persistono ritardi e difficoltà nella piena e tempestiva utilizzazione, ai fini dell'accertamento e dello sviluppo della tax compliance, delle banche dati tributarie e, in particolare, di quelle relative ai contenuti delle fatture elettroniche e di quelle concernenti i rapporti finanziari, pur trattandosi di strumenti operativi che dovrebbero supportare costantemente l'attività di controllo sostanziale”. In conclusione: il Fisco ha banche dati potentissime ma non le usa per niente.
Perde tempo, ad esempio, a impiegare task force di preziosi funzionari pubblici per dare la caccia alle incongruenze dei quadri RS della dichiarazione dei redditi presentati dai
contribuenti forfettari.
I contribuenti forfettari.
Nel nostro ordinamento esiste la figura del
contribuente forfettario, un particolare titolare di
partita iva che, vista l’esiguità del reddito da lui prodotto, viene dispensato da tutti quegli adempimenti che sono previsti per ben più strutturati imprenditori o professionisti. L’unico obbligo che gli rimane è quello di conservare le fatture che emette e che riceve, con l’avvertenza che quest’ultime non servono nemmeno a niente, dato che le tasse le calcola applicando alla somma delle fatture emesse una percentuale, appunto forfettaria, variabile a seconda dell’attività svolta.
L’unico controllo sensato da fare a un
forfettario è quello di verificare che possieda i requisiti per accedere a questo regime agevolato. Non certo verificare se indica in dichiarazione dei dati che, come si vedrà più avanti, l’Agenzia delle Entrate ha già in suo possesso e la cui omissione, comunque, non genera recupero di imposta.
Il quadro RS della dichiarazione dei redditi.
Veniamo, quindi, alla questione in argomento: la corretta compilazione del quadro RS della dichiarazione dei redditi. Questo quadro, nelle intenzioni di chi l’ha creato nel 2014 e cioè in assenza di un sistema di fatturazione elettronica, serve per comunicare al Fisco una serie di dati che quest’ultimo potrebbe non avere o non può facilmente reperire stante la semplificazione della
contabilità forfettaria.
I dati che vanno indicati nel quadro RS sono i seguenti:
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i compensi pagati a dei professionisti;
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il numero dei mezzi di trasporto o dei veicoli usati nell’attività;
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il costo di acquisto per le materie prime, sussidiarie, semilavorati e merci;
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costo per gli affitti o il leasing;
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costo di acquisto del carburante;
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spese per le utenze.
Già qui emerge la
schizofrenia del nostro sistema fiscale che da una parte introduce un regime che non prevede l’obbligo della tenuta della contabilità, ma dall’altro chiede dei dati che il contribuente può avere solo se ha una contabilità strutturata.
Ma l’assurdo non finisce qui: se nel 2014, anno di introduzione del regime forfettario, chiedere dei dati conoscitivi poteva aver un senso non avendo il Fisco una banca dati delle fatture elettroniche, nel 2026 questo adempimento è totalmente privo di senso pratico visto che lo stesso Fisco ha in suo possesso tutte le fatture emesse e ricevute in Italia. E’ la conferma per tabulas di ciò che afferma la Corte dei Conti circa il fatto che l’Agenzia delle Entrate non usa per niente le banche dati in suo possesso.
Modalità di svolgimento dei controlli.
I
controlli sul quadro Rs si svolgono in questo modo: si prendono due funzionari dell’Agenzia delle Entrate, e li spediscono, armati di penne, portadocumenti e fogli preventivamente stampati, presso la sede operativa del contribuente forfettario. Gli si ordina di suonare il campanello, di presentarsi e far presente a quest’ultimo che il suo quadro RS non è propriamente compilato bene o forse non è nemmeno compilato. Perché sanno di queste incongruenze? Perché hanno stampato un foglio dalla loro banca dati dove ci sono dei dati diversi da quelli indicati nel quadro RS. Quindi lo ammoniscono di non fare più questa cosa e lo invitano a mandare una dichiarazione integrativa compilata con i dati che gli stessi ispettori del Fisco gli consegnano. Una persona sensata si domanderebbe che senso ha fare una dichiarazione integrativa di quella precedente indicando dei dati che la stessa Agenzia delle Entrare ha in suo possesso. La logica e il senso non governano, però, le umane cose del Fisco.
Conclusione.
Questi controlli non portano assolutamente a nessun incremento di imposta accertata ma servono solo per bacchettare il forfettario che ha compilato in maniera imprecisa la propria dichiarazione. Al più, se va bene, si recuperano 250 euro di sanzione per infedele dichiarazione.
La morale della favola è triste e assai deprimente: si sono fatti muovere due funzionari dell’Agenzia delle Entrate, che hanno perso una mattinata intera, i quali, invece di controllare posizioni ben più remunerative per le casse dell’Erario, hanno prodotto, se va bene, un incasso di 250,00 euro. Con il paradosso finale che i dati corretti da indicare nelle dichiarazioni li dà direttamente l’Agenzia delle Entrate. Nel frattempo il 96% delle partite iva italiane che nell’anno 2025 non hanno avuto nemmeno un controllo non possono che ringraziare.